Un incontro per conoscere, riflettere e agire, muovendo dal dato più certo che si possa rintracciare nella storia dei tempi e, più che mai, nella contemporaneità: siamo tutti migranti, un’unica comunità in cammino verso una meta. Così Padre Camillo Ripamonti, nel corso della serata promossa dal Centro Astalli Vicenza e dall’Associazione Non dalla Guerra e dedicata al tema “DATI E NUMERI PER COMBATTERE I PREGIUDIZI E COMPRENDERE LA REALTÀ DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA E IN EUROPA”, che si è svolta il 22 gennaio scorso presso il Centro culturale San Paolo, ha introdotto la sua energica relazione. Insieme a Ripamonti, presidente del Centro Astalli Roma, Simone Varisco, curatore del Rapporto immigrazione per Fondazione Migrantes, ha tentato di ripercorrere tutti i dati raccolti nella 27° edizione dello stesso, per condividere con la cittadinanza, intervenuta con grande adesione, il problema dell’ “emergenza culturale”. Se di emergenza immigrazione, infatti, si continua a parlare ormai da tanti anni e, se sul piano dell’emergenza continuano ad essere elaborate le risposte politiche, allora bisogna comprendere da dove proviene questa incapacità a costruire una vision in merito al fenomeno migratorio, ovvero a realizzare politiche unitarie che tengano in conto il lungo termine, che contestualizzino correttamente il fenomeno nella situazione geopolitica attuale e ne rispondano considerando le conseguenze future sulle vite delle persone.

Di vite umane infatti si tratta ogniqualvolta citiamo un numero, Padre Ripamonti e Varisco lo ribadiscono più volte, richiamano l’attenzione anche sulla tragica fine di altri migranti ancora nell’ultimo weekend. Nel Mediterraneo non ci saranno muri e divieti che terranno, ma si apriranno nuovi varchi, nuove rotte sempre più impervie, perché l’essere umano ha diritto ad avere un presente dignitoso e aspettative per il suo futuro, né si può pensare di continuare a mascherare le nostre responsabilità, nei primi 16 giorni del 2019 sono giunte in Europa circa quattromila persone, ad esempio, un numero decisamente più alto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, afferma Ripamonti. Su questo punto i due interlocutori sono tornati più volte nel corso dell’incontro, mettendo in luce il ricorso strumentale alla paura, paura dello straniero, paura del criminale, paura del povero, in sostanza paura dell’altro, alimentata con la propaganda mediatica.

Sempre dati alla mano Varisco riporta ad esempio il grafico riferito all’utilizzo nei Tg nazionali della parola immigrato, e di una serie di vocaboli riconducibili a un lessico della paura, un utilizzo in crescita esponenziale soprattutto nell’ultimo periodo e paragonato ad anni precedenti.

Se le “narrazioni” ci parlano di invasione, di islamizzazione dell’Occidente, di aumento della criminalità, i due interlocutori ci raccontano invece di un fenomeno migratorio che non riguarda solo il mondo occidentale, ma che piuttosto investe in grandissima misura l’Asia, l’Europa con una percentuale vicina ma inferiore, seguita da Nord America, Africa, Sud America e Australia. In termini di accoglienza, inoltre, il Rapporto sull’immigrazione della Fondazione Migrantes vede l’Italia all’undicesimo posto a livello mondiale (2,3%), preceduta ad esempio dagli Usa (19%), da Arabia Saudita e Germania (4,7%), Regno Unito (3,4%), Francia (3,1%); al 2017 gli stranieri residenti in Italia sono infine l’8,5% (in Veneto il 10%) della popolazione totale, con provenienze principalmente dal Marocco, dalla Cina, dall’Albania, dalla Romania e dalla Moldavia, e un aumento, sul piano del credo religioso, dei cristiani ortodossi. I dati servono a confutare le narrazioni, afferma Varisco, 257,7 milioni sono gli uomini, le donne e i bambini che nel 2017 hanno lasciato il loro paese d’origine e, a questi, occorre aggiungere i 70 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, afferma Ripamonti, che scappano da guerre e violenze, di questi, 40 milioni sono gli sfollati interni, e dei rimanenti 30 milioni di esseri umani soltanto 100 mila circa giungono in Europa. I singoli Stati nazionali si comportano come se di ciò non portassero alcuna responsabilità, scaricando sull’Unione Europea le difficoltà della gestione del fenomeno migratorio, chiedendo quindi una politica unitaria ma, di fatto, agendo e deliberando concependo la propria sovranità (e i propri interessi) come unica e non differibile.

A partire dalle interviste rivolte ai migranti nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, ad Atene, e in diverse località in Romania e Croazia, il JRS (Servizio dei Gesuiti per i rifugiati,) ha realizzato il report “Dimenticati ai confini d’Europa”, che Padre Ripamonti illustra in alcuni passaggi fondamentali, al fine proprio di analizzare le politiche e le misure adottate per fronteggiare i flussi migratori, le procedure di accoglienza e di trattamento delle domande di asilo politico. Anche in questo caso, dati alla mano, si vede un’Europa che dal 2015 ad oggi ha creato diversi hotspot in Italia e Grecia, presso cui agenzie come l’EASO e FRONTEX collaborano con l’Europol, assieme alle autorità nazionali, per l’identificazione e la registrazione dei nuovi arrivi, per accelerare i controlli e coordinare i rimpatri, di fatto però, le condizioni di vita in queste strutture sono assimilabili a quelle nei centri di detenzione. Inoltre la riforma del Sistema comune europeo di asilo, che aveva come obiettivo la semplificazione delle procedure di asilo e un’armonizzazione degli standard di protezione, ha mostrato da subito il suo vero volto. Le procedure, analizza padre Ripamonti, sono state armonizzate sugli standard più bassi attualmente applicati, in modo da aumentare la possibilità per gli stati membri di accelerare le stesse e respingere le domande di protezione senza averle prima esaminate approfonditamente. Non mancano poi le considerazioni sul regolamento di Dublino e le sue criticità, riferite tanto allo stato membro in cui il richiedente asilo giunge ed è obbligato a presentare la domanda di protezione (si tratta quindi sempre di uno stato di confine – Italia e Grecia ad esempio), tanto alle persone che vi giungono, obbligate a restare in quel medesimo stato per il resto della loro vita e, a non poter ripresentare in altro paese domanda di protezione, qualora al primo tentativo abbiano ricevuto un diniego.

Oltre i pregiudizi e al di là delle confutazioni degli stessi, c’è il momento dell’agire responsabile, e i due interlocutori rivolgono ai cittadini intervenuti un appello di rivoluzione culturale, di approfondimento e confronto per porre fine all’emergenza culturale, di ricerca di un nuovo linguaggio per parlare di migrazioni, sganciato dalla paura. Finanziare infrastrutture nei Paesi d’origine dei migranti, rivedere le politiche neocoloniali che continuiamo a praticare per uno scambio più equo e che permetta la crescita dignitosa di quei Paesi del mondo sono il vero passo urgente da compiere.